IL MIMETE

PRIMO LEVI, I RACCONTI, EINAUDI, TORINO 1996, PP. 55 SGG (disegno di Elvira Giannattasio)

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Il Mimete, insieme con 50 libbre di pabulum, mi fu consegnato due mesi dopo. Natale era vicino; la mia famiglia era in montagna, ero rimasto solo in città, e mi dedicai intensamente allo studio e al lavoro. Per cominciare, mi lessi più volte con attenzione le istruzioni di impiego, fino a saperle quasi a memoria; poi presi il primo oggetto che mi cadde sotto mano (era un comune dado da gioco) e mi accinsi a riprodurlo.
 
Lo misi nella cella, aprii la valvolina tarata del pabulum, e mi posi in attesa. Si sentiva un leggero ronzio, e dal tubo di scarico della cella di riproduzione usciva un debole getto gassoso: aveva un curioso odore, simile a quello dei neonati poco puliti. Dopo un'ora, aprii la cella: conteneva un dado esattamente identico al modello, sia nella forma, sia nel colore, sia nel peso. Era tiepido, ma acquistò in breve la temperatura ambiente.
(...) Il quarto giorno duplicai alcuni fagioli e piselli freschi e un bulbo di tulipano, dei quali mi ripromettevo di controllare il potere germinativo. Duplicai inoltre un etto di formaggio, una salsiccia, una pagnotta e una pera, e consumai il tutto per colazione senza percepire alcuna differenza dai rispettivi originali.
 
(...) Il quinto giorno andai in soffitta, e cercai finché trovai un ragno vivo. (...) Poi lo introdussi nel Mimete; dopo un'ora ne ottenni una replica impeccabile.
 
(...) Il sesto giorno smurai pietra per pietra il muretto del giardino, e trovai una lucertola in letargo. Il suo doppio era esteriormente normale, ma quando lo riportai a temperatura ambientale notai che si muoveva con grande difficoltà. Morì in poche ore, e potei constatare che il suo scheletro era assi debole: in specie le ossa lunghe delle zampette erano flessibili come la gomma.
 
Il settimo giorno mi riposai. Telefonai al signor Simpson, e lo pregai di venire da me senza indugio: gli raccontai le esperienze che avevo eseguito (non quella dei diamanti, naturalmente), e, col tono e col viso più disinvolto che riuscii ad esibire, gli feci alcune domande e proposte.
 
(...) Vidi il signor Simpson impallidire. - Signore, - mi disse, - io...io non sono disposto a seguirla su questo terreno. Io vendo poeti automatici, macchine calcolatrici, confessori, traduttori e duplicatori, ma credo all'anima immortale, credo di possederne una, e non la voglio perdere. E nemmeno voglio collaborare a crearne una con... coi sistemi che lei ha in animo.
 
(...) Avevo ferma intenzione di riprendere contatto con il signor Simpson, (...) tuttavia rimandai di giorno in giorno fino ai primi di febbraio, quando trovai tra la mia corrispondenza una circolare accompagnata da un gelido biglietto dell'agenzia di Milano firmato dal signor Simpson in persona: "Si porta a conoscenza della S.V.I. la circolare NATCA che alleghiamo in copia e traduzione". (...) Non ne riporto il testo, troppo lungo per queste note, ma la clausola essenziale suona così:
 
"(...) La vendita di tali modelli avrà luogo solo contro dichiarazione dell'acquirente, in cui egli si impegna a non servirsi dell'apparecchio per:
riproduzione di carta moneta, assegni, cambiali;
francobolli od altri analoghi oggetti corrispondenti ad un controvalore monetario definito;
iproduzione di dipinti, disegni, incisioni, sculture od altre opere d'arte figurativa;
riproduzione di piante, animali, esseri umani, sia viventi che defunti, o di parte di essi."
 
(...) È mia opinione che queste limitazioni non gioveranno molto al successo commerciale del Mimete, e non mancherò di farlo osservare al signor Simpson se, come spero, avrò ancora occasione di incontrarlo. È incredibile come persone notoriamente accorte agiscano talora in modo contrario ai propri interessi.